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PROGRAMMA NAZIONALE DEL CSU

Anche l'operaio vuole il figlio dottore!
Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito ad un attacco dopo l'altro al diritto allo studio. Niente è stato lasciato intentato per ridurre l'istruzione universitaria ad una merce costosa riservata ai ceti abbienti. Questo è stato possibile a seguito della sconfitta del movimento universitario della Pantera del 1990. Sulla base della sconfitta di quel movimento e del conseguente riflusso, gli studenti hanno ingoiato ogni genere di rospo in un clima di apatia e demoralizzazione. Pensiamo, però, che questo stato di cose stia per terminare.
Sotto una superficie di apparente rassegnazione, si è accumulata un'enorme rabbia. Un nuovo movimento universitario di massa potrebbe essere all'ordine del giorno nei prossimi mesi o anni. Noi lavoriamo per questa prospettiva, consapevoli della necessità di non ripetere gli errori che portarono il movimento della Pantera alla sconfitta. Quel movimento fu sconfitto per mancanza di obiettivi chiari, di un'unità seria a livello nazionale tra le diverse facoltà. Con questo testo vogliamo dare il nostro contributo in questa direzione.

La selezione universitaria è selezione di classe!
In Italia un effettivo diritto allo studio non è mai esistito. Le lotte unitarie di lavoratori e studenti del biennio '68-'69 riuscirono ad ottenere il libero accesso delle classi disagiate agli studi universitari. Fu distrutto l'odioso doppio binario che non permetteva agli studenti degli istituti tecnici e professionali di iscriversi nella maggioranza delle facoltà. Rapidamente le iscrizioni all'università si moltiplicarono: si passò da 682.000 iscritti nel 1970 a 1.055.000 nell'84 fino a stabilizzarsi attorno ad 1.685.000 nel '95. Alla crescita degli iscritti però non è mai seguita una crescita proporzionale dei laureati. Nel '95 la percentuale di popolazione italiana laureata era ancora del 3%, mentre gli analfabeti erano il 2%. Questo perché alla libera iscrizione non è mai corrisposto un effettivo diritto allo studio: scarsità di borse di studio, alloggi, caro-libri e caro-mezzi di trasporto sono sempre stati ostacoli insormontabili per i figli delle classi disagiate.

Questo scenario è andato ulteriormente peggiorando. L'università pubblica ha subito 20.000 miliardi di tagli negli anni '90, i numeri chiusi sono stati reintrodotti ed ampiamente estesi mentre l'odioso doppio binario viene di fatto reintrodotto con la riforma dei cicli Berlinguer-Moratti. Le aule continuano ad essere sovraffollate, mentre il costo dei libri può raggiungere il milione all'anno ed è in continuo aumento.
La laurea, con i costi ed i tempi necessari per conseguirla, è in questo momento un miraggio per pochi. Il fenomeno dell'abbandono universitario fotografa bene questa situazione: il 28% degli studenti abbandona tra il primo ed il secondo anno, il 16% tra il secondo ed il terzo. Cifre disastrose che vengono utilizzate dal Ministero per giustificare la creazione di ulteriori sbarramenti ed ostacoli.
La tesi dei diversi Ministri che si sono succeduti (Berlinguer, Zecchino, Moratti) è che sia meglio selezionare gli studenti prima che tentino di perseguire la chimera degli studi universitari. Noi ci opponiamo frontalmente a questa selezione. In una società basata su profonde differenze economiche, tale selezione non colpisce i meno capaci. E' una selezione profondamente di classe. La maggioranza degli studenti che abbandona gli studi lo fa perché non può permettersi di sostenerne i costi. Di fronte alla difficoltà di un'università costosa e senza sbocchi lavorativi, preferiscono l'abbandono. Non è casuale se su 100 figli di operai solo 1,4 arrivi a laurearsi.
Il nostro obiettivo è l'ottenimento di un effettivo diritto allo studio: il diritto per tutti indipendentemente dalle proprie condizioni economiche a poter accedere all'istruzione. Questo obiettivo passa da una lotta senza quartiere alle contro-riforme universitarie passate negli ultimi anni, tutte riunite sotto il termine Autonomia Universitaria.

Bilanci degli atenei
La situazione economica disastrosa in cui versano gli atenei italiani è improvvisamente emersa alla superficie con la questione delle dimissioni dei rettori.
A metà del dicembre 2002 la schiacciante maggioranza dei rettori si è dimessa in massa per protestare contro il taglio di 179 milioni di Euro al "Fondo di finanziamento ordinario" : il fondo che copre le spese quotidiane.

L'università ha subito negli ultimi 10 anni 10 miliardi di Euro di tagli. Di fronte a questo massacro i rettori non avevano mai avanzato nessuna protesta, per poi dimettersi in massa di fronte ad un taglio di 179 milioni di Euro. Come si spiega un simile atteggiamento?
Le ragioni sono due. Da una parte i tagli di bilancio sono arrivati ad un punto insostenibile. La Conferenza dei rettori denuncia dall'estate del 2002 il rischio di un collasso economico dell'università entro il 2008. Le uscite degli atenei sono costantemente superiori alle entrate. La situazione finanziaria dell'università è tale che - a detta degli stessi rettori - anche un taglio tutto sommato misero avrebbe messo in discussione la possibilità di pagare il riscaldamento ed i salari dei docenti.

Dall'altra parte queste dimissioni avevano chiaramente un obiettivo strumentale. I rettori sono sempre stati complici, più o meno attivi, dei vari ministri dell'università armati di forbice: hanno fortemente voluto l'autonomia universitaria e l'hanno governata secondo i propri comodi, senza guardare dove si andava a finire. La realtà è che sanno che nel prossimo periodo saranno costretti ad aumentare ancora più vorticosamente le tasse universitarie. Di fronte a questa prospettiva vogliono presentarsi "puliti" di fronte agli studenti. Un modo per dire: "noi al Governo l'avevamo detto, ora che ci possiamo fare? Ci tocca aumentare le tasse!". Queste dimissioni erano cadute in un momento in cui in alcune facoltà si rivedevano focolai di lotta: i rettori, accorgendosene, hanno cercato un modo per non diventare bersaglio delle proteste, anzi per cercare di dirigerle ed incanalarle. E quale miglior modo se non cercare di apparire a fianco degli studenti nella lotta? A Firenze e Bologna sono stati gli stessi rettori a dare il benestare ad assemblee o addirittura cortei da utilizzare come grimaldello verso il governo. In alcuni casi però le cose sono andate oltre i loro desideri. A Bologna l'assemblea indetta dal rettore Calzolari, che ad inizio anno approvava lauree specialistiche con costi superiori a 2000 Euro, si è chiusa con il rettore che invitava gli studenti a rientrare a lezione per "dimostrare che l'università funziona regolarmente" e quest'ultimi che dicevano di "considerare effettive le dimissioni del rettore".

A gennaio, manco a dirlo, le dimissioni dei rettori sono tutte rientrate e a febbraio la Conferenza dei rettori ha accolto la Moratti in un clima di collaborazione e rispetto reciproco. Una poltrona da rettore val bene un accordo con donna Letizia.

Aumento delle tasse universitarie
Al di là delle mosse spettacolari e delle dimissioni di facciata, i rimedi individuati alla situazione finanziaria dell'università saranno i soliti: aumento delle tasse, diminuzione dei salari dei lavoratori dell'università, asservimento degli atenei a sponsor ed aziende private, diminuzione dei fondi per il diritto allo studio, comprese borse di studio e studentati.
Le tasse in particolare sono lievitate negli ultimi anni e continueranno a farlo. Nel 1994 per iscriversi all'università si pagava in media 800mila lire scarse. Nel 2002 si pagavano 851 euro. Si tratta di un raddoppio nel giro di 8 anni. In alcuni atenei gli aumenti sono stati improvvisi e massicci: nel 2001 la Sapienza di Roma annuncia un aumento del 70% della retta d'iscrizione per gli studenti situati in prima fascia, cioè con il reddito più basso. Recentemente è stata la volta di Cagliari con la minaccia di un aumento del 100% per le prime due fasce di reddito. In entrambi casi solo la lotta studentesca ha permesso di rinviare nel tempo questi aumenti, ma il problema si riproporrà.
Al di là comunque degli aumenti più spettacolari, i rincari delle tasse sono generalizzati e riguardano praticamente tutti gli atenei con scarsissime eccezioni. Tali aumenti sono direttamente collegati ai progetti di Autonomia Universitaria.

Atenei di serie A e di serie B
L'Autonomia Universitaria è una forma di privatizzazione dell'università, in cui ogni ateneo acquista un proprio bilancio indipendente. Di fronte alla drastica riduzione dei fondi statali, le università sono costrette ad autofinanziarsi aumentando i contributi richiesti agli studenti universitari (aumento delle tasse universitarie) o stringendo rapporti con le imprese (asservimento al volere dei privati).
In questo modo le università con maggiori risorse sono anche quelle con tasse d'ingresso più alte. L'effetto di questo meccanismo è duplice:
1- da una parte si istituiscono università di serie A, accessibili solo ai redditi alti, dall'altra parte continuano ad esistere università di serie B, sovraffollate e carenti, accessibili anche a redditi medio-bassi
2- dall'altra parte viene abolito il valore legale del titolo di studio. Una laurea, infatti, conseguita in una delle università di serie A, non ha lo stesso valore di una conseguita in una università di serie B.
Il meccanismo è chiaro: ognuno può comprarsi l'istruzione migliore a seconda delle disponibilità economiche. La maggioranza dei figli dei lavoratori in realtà non potrà proprio accedere agli studi universitari.

Concorrenza tra università
In questo mercato del sapere, le singole università autonome vengono messe in concorrenza l'una con le altre per accaparrarsi il maggior numero di iscritti tra coloro che possono permettersi di pagare l'università. Un numero maggiore di iscritti equivale infatti a maggiori entrate. Per i diversi atenei diventa, quindi, fondamentale farsi pubblicità, cercando di appioppare il proprio prodotto ai clienti. Non è un caso che negli ultimi anni abbiamo assistito ad un moltiplicarsi di inserzioni pubblicitarie promosse dai diversi atenei, con messaggi radiofonici, spot televisivi, cartelloni in giro per le città. Nel 1997 le università private spendevano 1.500.000 Euro per farsi pubblicità, mentre quelle pubbliche 600.000 Euro per un totale di 2.100.000 Euro. Appena 4 anni dopo, la cifra spesa in pubblicità è diventata di 11.558.822 Euro per gli atenei privati e di 10.385.000 Euro per quelle pubbliche per il totale vergognoso di 21.944.870 Euro buttati letteralmente via.

Lo studio asservito alle imprese
Il sistema universitario "autonomo" diventa in realtà completamente dipendente dai voleri del sistema industriale. La riforma Zecchino invitava già i singoli atenei a consultare le aziende prima di istituire nuovi corsi di laurea. Nella riforma è poi prevista la costituzione delle fondazioni tra università ed enti privati, fondamentalmente dei consorzi che legano in tutto e per tutto l'università ai voleri delle aziende. Naturalmente un corso può essere istituito quando serve ad un'azienda e chiuso non appena inutile per il mercato. Al Politecnico di Torino nel settembre del 2002 è stato inaugurato il corso di "ingegneria dell'automobile" concordato con i responsabili Fiat. Non c'è bisogno di commentare quale è stato l'esito di questo corso.
Le conseguenze di tutto questo sono diverse:
-i corsi di laurea, soprattutto quelli specialistici, vengono totalmente modellati sulle esigenze della singola azienda. In questo modo il titolo di studio diventa talmente specialistico che al di fuori della singola azienda è praticamente inutile. Un laureato può specializzarsi nell'applicazione di procedure -ad esempio- in una singola azienda ma se perde il posto in quell'azienda, il suo titolo di studio non vale nulla.
-le aziende non hanno più esigenze di investire in ricerca. Si appoggiano sulle strutture pubbliche per le proprie ricerche. In questo modo possiederanno i brevetti o i risultati della ricerca, mentre i costi verranno scaricati sul sistema pubblico. Si socializzano i costi, si privatizzano i profitti.
-qualsiasi ricerca sarà soggetta ai voleri dell'azienda. Che interesse hanno le aziende petrolifere, ad esempio, a promuovere ricerca sull'energia alternativa? Che interesse ha la Fondazione Agnelli a promuovere ricerche storiche sui legami tra il capitalismo e i crimini del fascismo? Chi paga deciderebbe la musica che suona l'orchestra.

Laurea divisa in tronconi
Il nuovo ordinamento ha diviso la laurea in due tronconi: la Laurea di Base di 3 anni e quella Specialistica di 2. Il senso di incertezza che grava su questa divisione è ben spiegato dalle ultime voci secondo cui il Governo starebbe valutando di trasformare ulteriormente il sistema del 3+2 in un 4+1. La Laurea di Base appare teoricamente più semplice della vecchia laurea. Al momento della sua introduzione è stata circondata da una demagogia mirata a far credere agli studenti che velocizzasse il percorso di laurea: i singoli esami diventano più corti, si può avere una laurea in soli 3 anni e non c'è da sostenere nessuna tesi finale. In alcuni casi questo ha comportato anche un boom di iscritti al primo anno. La realtà è diversa. Al di là dell'infernale sistema dei crediti -di cui parleremo dopo- introdotto con la laurea triennale, il più grosso equivoco è legato proprio alle Lauree Specialistiche. Queste Lauree saranno in molti casi a numero chiuso, continuamente in cambiamento e con prezzi inaccessibili. A Bologna il costo medio di una Laurea Specialistica è di 2200 Euro. Si è lasciato credere allo studente di poter fare la Laurea di Base (apparentemente più accessibile) e poi di poter scegliere se fare o no una Specialistica. In realtà la Laurea Specialistica è facoltativa solo di nome. La Laurea di Base è praticamente inutile senza la specializzazione. Vale poco più di un diploma liceale. Come funzioneranno le cose lo si è visto con l'ultimo concorso per i docenti precari per l'assegnazione delle cattedre: chi aveva frequentato un corso di specializzazione si è visto raddoppiare il proprio punteggio al concorso. In pratica senza la Laurea Specialistica non si ha nessuno sbocco sul mondo del lavoro. La Specialistica diventa di fatto un obbligo, ma anche un insormontabile ostacolo.

Il sistema dei crediti: un attacco agli studenti-lavoratori
Con il nuovo ordinamento non è più sufficiente sostenere l'esame, è necessario anche maturare i crediti corrispondenti. 1 credito equivale a 25 ore di lavoro. Lavoro che può essere maturato con lo studio a casa (come si misura?), con il tirocinio o con la frequenza a lezioni. Ogni anno andranno maturati 60 crediti per un totale di 1500 ore annue! Chi finisce l'anno senza aver maturato l'adeguato numero di crediti, inizierà l'anno successivo in debito. Su questo capitolo ogni ateneo sta decidendo a proprio modo come regolarsi. Al Politecnico di Milano chi non termina l'anno con il numero adeguato dei crediti, deve ripetere l'anno! Alla Facoltà di Lettere di Napoli chi non riesce a recuperare i debiti accumulati nel primo anno entro il termine del secondo anno, ripaga le tasse del secondo anno.
I crediti istituiscono di fatto l'obbligo di frequenza nella maggioranza dei corsi universitari. Questo è un evidente attacco a quel 52% degli studenti universitari che studiano e lavorano contemporaneamente (magari proprio per mantenersi agli studi). Gli studenti-lavoratori vengono impossibilitati letteralmente a svolgere un corso o in altri casi devono espiare la propria colpa di "lavorare" portando all'esame un numero maggiore di libri!
I professori universitari (baroni) e le gerarchie accademiche si comportano come se studiare e lavorare contemporaneamente fosse una scelta o uno sfizio degli studenti. Purtroppo, invece, noi spesso non studiamo per lavorare domani, ma lavoriamo già oggi per poter studiare!

Noi lottiamo per....
La nostra lotta è una lotta senza quartiere per il diritto allo studio: tutti indipendentemente dalle proprie condizioni economiche devono poter aver accesso all'istruzione. Il diritto allo studio non è un concetto astratto, pedagogico o sociologico. Come diceva Aristotele: "l'uomo inizia a filosofeggiare con la pancia piena".
In Italia esistono 4 milioni di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà, con altre milioni di famiglie impossibilitate a far continuare gli studi ai propri figli per necessità di avere un reddito in più il prima possibile. Soltanto quando i costi dello studio non peseranno sul bilancio di ogni singola famiglia esiterà un diritto allo studio degno di questo nome. In una società divisa in classi, segnata da profonde ingiustizie sociali, lo studio o è gratuito oppure non è un diritto. Il resto sono chiacchere che non ci interessano.

Per questo ci battiamo per i seguenti obiettivi:

1) Ritiro dell'Autunomia Universitaria e di tutte le controriforme dell'istruzione.
-Abolizione del sistema dei crediti e della divisione della Laurea di base.
-I corsi di specializzazione devono essere realmente facoltativi e gratuiti.
-Ritiro del riordino dei cicli e dell'odioso doppio binario che costringerà i futuri studenti a scegliere a 14 anni la formazione professionale o l'università
-Fuori i privati dall'università. La ricerca deve essere orientata dalle esigenze di studio e non dalle esigenze dei profitti

2) Accesso libero e gratuito all'università
-Gratuità dell'iscrizione a scuola ed università
-Abolizione di ogni forma di numero chiuso; ognuno deve essere libero di iscriversi dove vuole

3) Abbattimento dei costi di studio
-i libri sono lo strumento fondamentale dello studente eppure sono una delle principali spese. I libri devono essere forniti dall'università in comodato d'uso gratuito. Per ogni testo messo in lista d'esame devono essere garantite un adeguato numero di copie in biblioteca
-piano per la costruzione di studentati universitari e di creazione di campus con cui garantire l'alloggio a tutti gli studenti fuori-sede
-borse di studio a tutti gli studenti sotto il reddito medio che ne facessero richiesta. Le borse di studio devono essere legate al reddito e non al merito
-mezzi pubblici gratuiti per gli studenti. Il libretto d'iscrizione deve essere il nostro biglietto

4) Contro l'obbligo di frequenza, diritto alla frequenza. Se tutti gli studenti universitari fossero messi in condizione di frequentare, l'obbligatorietà coercitiva sarebbe pressoché inutile. L'obbligo di frequenza viene utilizzato come sbarramento a chi deve lavorare mentre studia.
apertura serale delle università, con ripetizione dei corsi fondamentali anche la sera.
-apertura serale delle biblioteche universitarie e rionali
-piano edilizio di creazione di nuove strutture per eliminare il sovraffollamento delle aule. Le attuali aule non sono nemmeno sufficienti per chi frequenta, figuriamoci in caso frequentassero tutti gli iscritti. Questo in sè spiega tutto: istituiscono l'obbligo di frequenza, senza aule sufficienti!

5) Abbattimento dei ritmi di studio
-11 appelli d'esame all'anno perché ogni studente possa scegliere quando sostenere l'esame.
-Liberalizzazione totale dell'ordine con cui dare gli esami con l'abolizione di catenacci e propedeuticità.
-Abolizione del maggiore carico dei libri per chi non può frequentare

6) Per un'università realmente democratica:
-elezioni universitarie su base annua
-aumento della presenza studentesca nei Consigli di Facoltà e negli organismi universitari
-diritto all'affissione politica e ad un'aula studentesca per ogni facoltà
-istituzione del diritto di assemblea d'ateneo e di facoltà. Nelle scuole superiori gli studenti hanno diritto tramite raccolta di firme a fare un'assemblea d'istituto, con sospensione delle lezioni per permettere a tutti di partecipare all'assemblea. Questo diritto non esiste nella stragrande maggioranza delle università. Chiediamo che venga istituito.

7) Porre fine al sistema clientelare ciellino
Comunione Liberazione (Cl) è una struttura integralista cattolica legata a doppio filo con l'associazione imprenditoriale Compagnia delle Opere. Personaggi come Andreotti e Formigoni sono alcuni degli esponenti di spicco di questa simpatica combriccola di crociati medievali ed imprenditori senza scrupoli. I democratici ciellini non si sono mai fatti scrupoli nell'invitare ai propri meeting nazionali personaggi come Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a tenere conferenze anti-abortiste.
Da diversi anni Cl ha fatto un investimento politico di non poco conto sulle università arrivando a controllarne la vita politica. Ciò che contestiamo non è il diritto dei ciellini ad esporre le proprie assurde tesi politico-religiose. Siamo onestamente preparati a rispondere punto su punto a questa marmaglia di bigotti. Non è questo il problema.
Ciò che mettiamo in discussione è il sistema clientelar-mafioso creato all'interno delle università dai ciellini. Quasi mai espongono le proprie tesi. Alle elezioni universitarie si presentano con liste di facciata, pronti a querelare chiunque osi sostenere che si tratta di coperture di Comunione Liberazione. Traggono il proprio appoggio passivo da un misto di politiche reazionarie e clientelarismo. Da una parte garantiscono i propri voti ed il proprio appoggio ad ogni misura di smantellamento dei servizi pubblici all'interno dell'università, dall'altra appaltano questi servizi alle proprie cooperative, usandoli come riserva di consensi e di appoggio.
Nonostante i ciellini abbiano praticamente una corsia privilegiata per comunicare con rettori e presidi di facoltà, non si sono mai opposti né allo smantellamento delle biblioteche universitarie né alla mancanza dei più banali servizi di informazione universitari. Il motivo è piuttosto semplice. All'arrivo delle matricole spaesate a settembre, si preoccupano di sostituire la mancanza di un servizio pubblico di informazione con i propri punti di "aiuto dello studente". Di solito i nomi sotto cui si nascondono tali servizi si chiamano "Student Point", "Help Point" o nomignoli simili. Lo studente, convinto di trovarsi di fronte ad un servizio universitario, scopre con rammarico che i propri dati vengono utilizzati per l'invito a week-end di orientamento con tanto di preghiera e catechesi. Le librerie gestite da Cl, con la benedizione della Compagnia delle Opere, tesserano gli studenti con la scusa degli sconti sui libri ma funzionano come vere e proprie sezioni politiche di reclutamento dei ciellini.

Per questo rivendichiamo:
-chiusura delle librerie cielline interne alle facoltà, per sostituirle con librerie di facoltà gestite pubblicamente dall'università con personale appositamente assunto per questo scopo
-apertura di servizi di informazione ed orientamento pubblici, gestiti in ogni facoltà dall'università con personale appositamente assunto per questo scopo
-concessione ad ogni struttura politica universitaria, compresa Cl, di una propria sezione interna all'università, riconoscibile ed identificabile chiaramente dagli studenti

<!-- s8) --><img src="{SMILIES_PATH}/icon_cool.gif" alt="8)" title="Cool" /><!-- s8) --> Per un posto di lavoro al termine degli studi
-riduzione d'orario a parità di salario, per creare nuovi posti di lavoro. Il lavoro deve essere ridistribuito tra tutta la popolazione attiva. Lavorare meno, lavorare tutti!
-trasformazione di tutti i contratti precari in contratti a tempo determinato
-applicazione del turn-over: per ogni lavoratore che va in pensione venga assunto un giovane

Da dove prendere i soldi?
Naturalmente un simile programma lascerà di stucco i difensori del "libero mercato": "tutto questo è impossibile. Da dove si pensa di prendere le risorse per applicare tale programma?" . Ogni anno i lavoratori producono un'enorme quantità di ricchezza. Le tasse incamerate dallo Stato equivalgono al 36% del Prodotto Interno Lordo (la ricchezza prodotta in Italia ogni anno). Dove finiscono questi soldi? Non di certo nell'istruzione, visto che la spesa complessiva per l'istruzione pubblica corrisponde al 3,9% del Pil (3% per la scuola, 0,9% per università e ricerca!). Finiscono in rendita, interessi sul debito pubblico, spese militari, soldi alla Chiesa, sgravi fiscali alle imprese, prestiti a fondo perduto alle principali imprese, ecoincentivi ecc. ecc.
Pretendere un'istruzione pubblica gratuita e di massa significa cambiare la distribuzione di tali risorse: le tasse pagate alla fonte dalle dichiarazioni dei redditi e dalle buste paga devono essere fortemente progressive e garantire la gratuità di mezzi pubblici, istruzione e sanità.
Per questo i soldi di prendano da:
o da tutti i soldi stanziati per le scuole e le università private
o dalle migliaia di miliardi di lire di prestiti a fondo perduto dati alle aziende o dalla spesa militare o si destini l'8 per mille all'istruzione pubblica

Nasce il Coordinamento Studentesco Universitario (Csu)
Gli ultimi anni non sono stati anni di completo riflusso. Abbiamo assistito allo scoppio di lotte isolate in diverse facoltà.
L'episodio di lotta più significativo è stato sicuramente quello della Sapienza di Roma del 2001 contro il rincaro del 70% delle tasse d'iscrizione per le prime due fasce di reddito, mentre nell'autunno del 2002 è stata la volta dell'università di Cagliari a causa dell'aumento del 100% delle tasse per gli studenti con il reddito più basso. A queste due mobilitazioni di un certo livello se ne sono sommate altre di portata minore a Venezia, Lecce, Milano, Parma ecc. Dal nostro punto di vista si potrebbe trattare delle scosse telluriche parziali che precedono il vero e proprio terremoto. Questa è sicuramente la prospettiva a cui lavoriamo.

Tuttavia non ci vogliamo limitare ad augurarci lo scoppio di qualche lotta universitaria di carattere nazionale. Vogliamo lavorare alla preparazione di un movimento che non ripeta dagli errori del passato. Lo scoppio della lotta della Sapienza del 2001 ha colto gli studenti universitari privi di una qualsiasi forma di coordinamento nazionale. In quell'occasione la prima riunione nazionale universitaria è stata convocata dopo che la lotta a Roma aveva già superato il proprio apice. La lotta della Sapienza ha scontato questa mancanza rimanendo sostanzialmente relegata all'ateneo romano. Quella splendida mobilitazione è riuscita così a ricacciare indietro gli aumenti delle tasse, ma non ad eliminarne la causa: i tagli di bilancio apportati all'università e la riforma Zecchino. In effetti difficilmente la mobilitazione di un singolo ateneo potrebbe raggiungere tale obiettivo.
Le varie lotte isolate sono scoppiate di solito su vertenze interne a singoli atenei o facoltà. In alcuni casi hanno completamente fallito il proprio obiettivo, in altre sono riuscite a vincere. Ma i problemi sono solo rimandati: finchè rimane la riforma si ripresenteranno. E' da questa situazione che nascerà la consapevolezza sempre più generalizzata tra gli studenti di dover risolvere i problemi alla fonte, assaltando direttamente la politica nazionale del Governo.

L'esperienza del movimento della Pantera del 1990 ci dimostra che non è nemmeno sufficiente darsi una forma di coordinamento nazionale qualsiasi . Nel 1990 si arrivarono a riunire due volte due assemblee nazionali di movimento senza che questo riuscisse poi a dare un salto di qualità alle lotte.
L'organizzazione nazionale di cui abbiamo bisogno non può essere una semplice somma di tutti i gruppi locali che periodicamente si incontrano per raccontare ciò che hanno fatto per poi ritornare nelle proprie facoltà come se nulla fosse. E' necessario che sia un'organizzazione nazionale che sviluppi un'unità tra i diversi collettivi su basi programmatiche, sviluppando attraverso la discussione un'omogeneità tale da garantire che nelle diverse facoltà a livello nazionale vengano portate avanti le stesse proposte programmatiche.
Come un esercito non potrebbe aspirare a vincere la guerra senza un piano unico ed un comando generale di tutte le divisioni, allo stesso tempo noi non possiamo aspirare a raggiungere la massa critica necessaria a ricacciare indietro i piani di Confindustria e Governo senza un'organizzazione nazionale. Ovviamente, a differenza del comando generale di un esercito, l'organizzazione nazionale universitaria di cui abbiamo bisogno non deve essere né imposta né calata sulla testa degli studenti. Deve nascere dal loro stesso attivismo, basandosi sulla nostra capacità di autofinanziamento ed autorganizzazione, raccogliendo adesioni su basi programmatiche e misurando nelle assemblee e nella convocazione delle lotte la sua reale rappresentatività.

E' con questo obiettivo che fondiamo il Csu (Coordinamento Studentesco Universitario).
Il Csu è costituito dall'affiliazione di singoli studenti e collettivi che hanno risposto all'appello lanciato dal Collettivo Universitario Pantera di Milano nell'ottobre del 2002. Il suo simbolo è il pugno chiuso che stringe la matita e la chiave inglese, il simbolo internazionale dell'unità tra studenti e lavoratori, utilizzato dal Sindicato de Estudiantes spagnolo, dal Comitato en defensa de la Educacion Publica messicana e dal Csp italiano.

I nostri metodi di organizzazione
L'adesione al Csu è basata due discriminanti:
-la discriminante antifascista ed antirazzista; non è ammesso nessuno studente simpatizzante o appartenente ad organizzazioni fasciste
-il rifiuto totale dell'Autonomia Universitaria ed il riconoscimento della lotta contro la selezione di classe all'università come bussola fondamentale del nostro programma
La linea del Csu viene determinata dalle assemblee nazionali dei suoi aderenti. Tra un'assemblea nazionale e l'altra, l'organismo preposto ad elaborare la linea e la tattica del Csu è il coordinamento nazionale composto da un delegato per ogni collettivo o realtà locale affiliata al Csu. I delegati vengono scelti di volta in volta dagli stessi collettivi. Il coordinamento nazionale ha il potere di accettare o rifiutare la richiesta di affiliazione da parte di singoli collettivi. L'affiliazione o il rifiuto di affiliazione devono essere ratificati in maniera definitiva alla prima riunione dell'assemblea nazionale.
I collettivi che aderiscono al Csu possono mantenere ovviamente il proprio nome, ma firmeranno i volantini con la frase "federato al Csu". Il coordinamento nazionale sarà responsabile dell'elaborazione dei volantini nazionali dove si manterranno a margine le firme di tutti i collettivi federati al Csu. L'assemblea nazionale elegge una commissione istruttoria permanente. La commissione ha il compito di convocare il coordinamento nazionale e di gestire l'attività nazionale quotidiana.

Il nostro autofinanziamento
Nella maggioranza degli atenei esistono fondi finanziari messi a disposizione dei gruppi studenteschi per la produzione di giornali e volantini studenteschi. Difendiamo l'esistenza di questi fondi. Crediamo che sia doveroso da parte dell'università mettere a disposizione finanziamenti in proporzione uguale a tutti i gruppi studenteschi per lo sviluppo della vita democratica all'interno delle università.
Difendere tale principio di finanziamento pubblico ai gruppi universitari, comunque, è diverso da far dipendere completamente i nostri fondi e le nostre casse dai finanziamenti che ci concede l'ateneo. Chi paga l'orchestra, decide la musica. Dipendere completamente dai fondi dell'università, senza coltivare una propria tradizione di autofinanziamento, vuol dire accettare implicitamente che il rettore abbia in mano le sorti della nostra cassa e quindi anche della nostra capacità di sostenere i costi di una lotta. E' evidente che di fronte ad un movimento universitario di massa che inevitabilmente rivolgerebbe la propria critica anche contro i vertici degli atenei, la prima misura presa dai vari rettori sarebbe quella di congelare i fondi ai gruppi studenteschi.
Per questo dobbiamo basare il nucleo centrale delle nostre entrate sull'autofinanziamento, chiedendo contributi agli studenti per i documenti ed i volantini che stampiamo.

Conquistare la maggioranza degli studenti
Come già detto gli ultimi due anni non sono stati anni di pieno riflusso all'interno delle università. Abbiamo assistito allo scoppio di lotte parziali in singole facoltà. La mancanza di un'organizzazione nazionale, come abbiamo già ribadito, è stata un limite forte ma non di certo l'unico. In alcuni casi lotte universitarie che stavano nascendo faticosamente dopo 10 anni di sostanziale riflusso sono state immediatamente soppresse nella culla dalla logica dell'azione eclatante e simbolica su cui molte organizzazioni studentesche si sono appiattite.

Tale logica consiste, in definitiva, nel considerare utile e consentita qualsiasi azione di lotta indipendentemente dal livello di partecipazione o di comprensione degli studenti. Basta ritrovarsi in 5 e si è già sufficienti per andare a stendere uno striscione dal tetto. Basta ritrovarsi in 20 e si è già sufficienti per occupare la presidenza di facoltà e fare una trattativa con il rettore in nome del "movimento". In definitiva si finisce per sostituirsi agli studenti, ritenendoli troppo stupidi per lottare o troppo difficili da coinvolgere alla lotta. La loro partecipazione o comprensione diventa un surplus, qualcosa di facoltativo. E' sufficiente essere in pochi, determinati e soprattutto…..aver avvertito i giornali e le televisioni, ingrediente fondamentale dell'azione simbolica basata in tutto e per tutto sulla ricerca dell'obiettivo della telecamera da parte di qualche leaderino studentesco mancato.

I fautori dell'azione simbolica risolvono così in un sol colpo i problemi di strategia, tattica, programma necessari per l'allargamento e la vittoria di un qualsiasi movimento studentesco di massa. Che senso ha infatti spendere tanto tempo nel ricercare il coinvolgimento degli studenti alla lotta se questo coinvolgimento non è né indispensabile né desiderabile (meno si è, infatti, più aumentano le possibilità di finire in televisione)?

Il problema fondamentale è che per essere visibili alle telecamere non serve un movimento di massa, ma per riuscire a cambiare l'università ed i rapporti di forza nella società un movimento di massa è indispensabile. Non esiste nessuna scorciatoia al paziente e lungo lavoro di radicamento dei collettivi nelle facoltà, di conquista della fiducia e dell'appoggio degli studenti.
Durante il corso degli anni '90, in particolare nella seconda metà del decennio, i collettivi universitari hanno subìto un chiaro processo di svuotamento in buona parte degli atenei. Alcuni hanno intrapreso la deriva intellettualistica, riducendosi a praticare esclusivamente (ed anche male) la "lotta teorica". Altri si sono ridotti a gruppi di amici subendo un processo di spoliticizzazione e finendo per attestarsi su battaglie di difesa della propria nicchia. Altri ancora hanno riscoperto la lotta simbolica, come abbiamo appena descritto. In tutti questi casi la massa degli studenti ha finito per guardare ai gruppi politici universitari di sinistra come qualcosa a metà strada tra l'inconcludente ed il settario.

A maggior ragione tutti i nostri sforzi devono essere indirizzati al recupero della fiducia e del coinvolgimento degli studenti nella lotta e nell'attività politica dell'ateneo. Per questo, ad esempio, le lotte andrebbero precedute da assemblee di facoltà dove si votino i metodi di lotta (corteo, occupazione ecc.), il programma di lotta e delegati di trattativa con il rettore o con il Ministero. L'occupazione di una facoltà, che rimane tutt'oggi il metodo più incisivo a disposizione del movimento studentesco per condurre la propria lotta, deve coinvolgere realmente il corpo studentesco e deve essere soprattutto un'occupazione reale, non l'occupazione simbolica di qualche spazio di facoltà (magari concordato con il rettore!).

Conclusioni
Gli anni '90 si sono aperti con il movimento universitario della Pantera e si sono chiusi nel 2001 con l'approvazione da parte del centro-sinistra della riforma Zecchino. Questa parabola è stata possibile solo a causa della sconfitta che abbiamo subìto nel 1990. Non è necessario soltanto scatenare un nuovo movimento di massa, ma precisamente non ripetere gli errori che nel passato ci hanno già portato alla sconfitta. E' con questo obiettivo che nasce il Csu. Nasciamo oggi ma già con una certa dose di esperienza. I collettivi che si sono affiliati nel Csu hanno già avuto modo di sperimentare i propri metodi ed il proprio programma nel lavoro politico reale all'interno delle facoltà.

Dovunque il capitalismo in crisi chiede il sacrificio del già flebile diritto allo studio sull'altare del profitto. Non è solo un processo che riguarda l'università italiana, ma un processo generalizzato a livello internazionale. Gli studenti ed i lavoratori non accetteranno mai il processo di privatizzazione dell'istruzione. Avranno una tendenza continua a lottare contro questo stato di cose. Ma la generosità e la volontà non sono le uniche condizioni indispensabili alla vittoria di una lotta. Un'organizzazione ed un programma di lotta scientifico sono altrettanto indispensabili. Organizzati e lotta! Anche l'operaio vuole il figlio dottore!

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